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Il Mondiale di F1 ha consacrato il 26enne pilota piacentino Alex Carella. Scopriamo tutti i piccoli grandi segreti di una passione che è nata per «colpa» del nonno
Gli esordi con le corse di regolarità sul Po, le prime gare e subito i primi successi nelle categorie minori: riviviamo il cammino di un campione ormai affermato che, tra i tanti, ha un grande pregio su tutti: l’umiltà
18/12/11
SHARJAH (Eau), venerdì 16 dicembre 2011 - E adesso, dopo i brividi dell’ultima gara, siamo qui tutti a stupirci. Però, quella di Alex Carella, campione del mondo dopo sole due stagioni in F1, potrebbe davvero essere (o dovremmo dire è?) la carriera di un predestinato. Ma, soprattutto, è la piccola grande storia di un ragazzo che nella passione, nell’amore per il suo sport, ci ha messo tutto: cuore e anima. Un’avventura, vissuta dentro il guscio di una famiglia, se possibile, ancora più appassionata di lui, cominciata sulle acque del Grande Fiume. Pare un secolo fa, eppure è solo ieri, mentre il futuro è appena cominciato, ieri lungo la Laguna Khalid e delle sue quattro moschee inondate dal sole.

le prime gare di regolarità,
la prima imbarcazione da corsa che, per Alex, sembra già troppo grande
Come è nata la tua passione per la motonautica? E’ vero che la «colpa» è di nonno Franco Dotti e delle prime uscite in barca con lui?
«Si è tutto vero, ho iniziato da piccolo facendo gare di regolarità e andando in barca tutti i weekend insieme a lui... Poi da lì, pian piano, abbiamo iniziato a provare piccole barche da corsa a Chignolo Po, dove c’era una scuola nautica, ed è iniziato tutto. Poi non ho più saputo farne a meno!».
- Cosa ti è rimasto di quei tempi?
«Mi è rimasto tutto di quei momenti, ed è pensando a quei tempi fantastici che trovo sempre la forza di andare avanti e di restare umile. Ho iniziato dal niente e con pochi soldi, ora sono in uno dei più grandi team di F1, qualcosa di più di un sogno, ma la mia famiglia mi ha sempre insegnato a restare quello che ero per arrivare dove davvero volevo arrivare. Ed è quello che ho fatto: rimanere piccolo in un mondo di grandi, dove c’e sempre da imparare e niente da insegnare. Sono rimasto una persona umile e di questa cosa ne faccio la mia forza!».
- Mai praticato, magari da ragazzo, un altro sport? Neppure il calcio, lo sport più amato da noi italiani?
«Certo ho giocato a calcio fino a qualche anno fa e mi piaceva molto, poi gli impegni con le gare mi hanno portato a smettere».
Cosa invidi ai calciatori, almeno a quelli famosi?
«A loro non invidio proprio niente. Perché lo fanno? Molti lo fanno solo per i soldi, dimenticando la passione. Noi, invece, rischiamo la vita solo per la gloria, e questa è una cosa che amo!».

- Con la motonautica (probabilmente) non sei diventato ricco, quale è stata e qual è la cosa più affascinante di questa disciplina?
«Risposta facile... Volare a 200 km orari sull’acqua e non sapere mai quello che ti può succedere. Credo non ci sia niente di più bello al mondo del non avere mai il controllo totale del mezzo con cui gareggi; un colpo di vento, un’onda troppo grande possono cambiare tutto da un momento all’altro! Ed è fantastico tutto questo... In gara ogni giro è diverso dall’altro, tutto può cambiare in un batter di ciglia».

- Ma la motonautica è ancora un hobby, se proprio vogliamo definirlo così, oppure è diventata una professione? Hai rinunciato a qualcosa per proseguire questa attività?
«Resta un hobby,ad oggi qualcosa di più perché posso dire di essere quasi un professionista...
Se ho rinunciato a qualcosa? Ho rinunciato sicuramente a molte cose per arrivare fino a qui, ma la mia famiglia ha rinunciato davvero a molte cose. Hanno vissuto per realizzare il mio sogno, per finanziare il mio sogno. Hanno creduto in me al 300%, non mi hanno mai spinto a farlo, ma non hanno mai smesso di crederci. Credo che mia madre e mio nonno abbiano creduto addirittura più di me in tutto questo, e una cosa è certa: adesso che ci siamo arrivati, adesso che ho vinto questo Mondiale di F1, posso dire che l’obiettivo è stato centrato solo grazie a loro!».
- A proposito, cosa si dovrebbe fare perché la motonautica, come si dice adesso, non resti uno sport di nicchia?
«Solo più televisione. E quello cambierebbe davvero le cose».
Gli obiettivi di un futuro prossimo venturo? A Cernobbio hai seguito la prova della Classe 1, guideresti uno di quei bolidi?
«Ho visto il Classe One sul Lario, bello! Credo però, e ne sono convinto, che sia lontano dall’offrire quelle che possono essere le emozioni della F1. Ma un giorno mi piacerebbe verificare personalmente per vedere quello che si prova».

- Anche a Cernobbio una scafo è stato coinvolto in un incidente… E quando è capitato a te, come è capitato proprio in quest’ultima gara che (comunque) ti ha consacrato campione del mondo dopo Molinari, Bocca e Cappellini, ti sei sempre accorto di quello che ti stava accadendo? La paura deve essere, per forza di cosa, un elemento con cui convivere facendo il pilota su un catamarano che viaggia a 200 km orari e passa?
«Ci sono incidenti durante i quali ti accorgi di quello che ti sta capitando ed altri che succedono e basta. Neanche te ne rendi conto! La paura è basilare per me... Credo che il giorno in cui arrivassi a non avere paura sarebbe tutto finito! La paura è quella che ci fa ragionare, che ci fa pensare prima di fare una cosa, anche se nella maggior parte dei casi, in gara, è l’adrenalina che viene prima della paura. E quando sei in gara, si fanno moltissime cose senza nemmeno pensarci, ma d istinto. Non abbiamo molto tempo per pensare: in una frazione di secondo può cambiare il risultato di un intera gara. E guardate un po’ cosa è successo qui a Sharjah! Per fortuna che il Mondiale mi è rimasto in tasca…».

- Torniamo (appunto) all’inshore, il mondo di casa tua. La prima vittoria, cosa ricordi di quel giorno?
«E' stato nel 2003. Ricordo ogni cosa, ogni particolare di quella giornata, forse (e soprattutto) perché si gareggiava a Piacenza. A casa mia... Un’emozione grandissima! E poi, visto che anche in quell’occasione, dietro all’organizzazione della gara, curata dalla MAP, c’era molto della mia famiglia, non avrebbe potuto essere diverso».
- E il primo successo a livello internazionale?
«Sempre in quel 2003, a Berlino, nel campionato europeo F1000. Quella è stata una vittoria importante che ha cambiato molte cose nella mia vita! Ma il successo che ricorderò per il resto della mia vita è stata la prima vittoria in F1, l’anno scorso in Cina. O meglio: l’emozione più grande è stata fare la pole in quella gara. Ricorderò per sempre la parata di quella gara, è stato uno dei momenti più belli della mia vita: dopo solo 3 gare in F1 ero li a guidare la parata con dietro tutti quei campioni! Avrei voluto non finisse mai, ricorderò sempre quel momento, quel giorno ho provato qualcosa dentro di me di davvero indescrivibile!».

- Prima di approdare in F1, se non ci sbagliamo, hai sempre gareggiato con due soli numeri sulla livrea dei tuoi scafi, il 39 e il 93: numeri che hanno un significato particolare?
«No, sono soltanto numeri... Ma il 3 è il numero perfetto e il 9, dunque, è 3 volte il numero perfetto!».
Le scarpe bicolori di Alex
le mie barche
Sei scaramantico?
«Si, moltissimo! Da sempre, prima delle gare, faccio due-tre cose che mi danno la forza di scendere in acqua!».

- Con la scaramanzia (come faceva Massimo Roggiero), non hanno niente a che fare le scarpe bicolori? Roger, nelle sue stagioni vissute da protagonista in acqua, indossava una scarpa da pilota, blu, nel piede destro, mentre nel sinistro teneva una scarpa da ginnastica (una volta bianca), che pareva prima presa a morsi da un mastino e poi passata una decina di volte sotto le ruote di un trattore. «Questa scarpa - aveva raccontato - va per i 15 anni ed è il mio portafortuna. Era la prima gara, mi stavo ribaltando, persi una scarpa e una volta rientrato al pontone, praticamente al volo, misi questa. Andò bene, non l' ho più lasciata e lei non mi ha mai tradito». E la tua storia?
«Più o meno è quello che è capitato anche a me. Quella scarpa resterà sempre in barca con me, anche se ormai non ha più la suola! E mi fa piacere che questa storiella mi accomuni a Massimo, perché Roger è stato un grandissimo insegnamento per me. Mi ha dato la forza di farcela in momenti in cui lo credevo impossibile, ridendo e scherzando come è nel suo carattere e nel personaggio, ma venendomi incontro con cose intelligenti che mi hanno portato sempre a farcela. E' stata un chiave più che importante per il mio successo in F1 e non lo dimenticherò mai... Non è stato facile arrivare in F1 a 24 anni con tutti quei campioni, era come entrare in un mondo dove non centravo niente, allineato al fianco di tutti quei piloti che avevo sempre visto solo in tv. Ero impaurito all’inizio, ma Roger ha fatto si che ce la potessi fare a diventare uno di quei campioni davvero alla svelta!».
- Lo scorso luglio, dopo il successo di Kazan, sei finito sulle prime pagine dei giornali piacentini: titolo e foto che hanno addirittura scalzato la politica, la cronaca e altri sport più importanti della tua città. Una bella soddisfazione, crediamo, ma è cambiato qualcosa nei rapporti (e nelle conoscenze) con i concittadini?
«Può sembrare strano, ma non l’ho potuto verificare direttamente. Sono stato quasi sei mesi senza rientrare nella mia città, ma da quello che mi hanno riferito sono diventato uno sportivo di spessore da quelle parti! Una cosa che fa piacere, come negarlo?, ma la cosa più bella è che sia capitata anche se faccio “solo” motonautica!».
- In due stagioni di F1 hai sei sempre fiancheggiato un pilota che è stato campione del mondo, prima Sami Selio e poi Jay Price: un caso, merito delle tue capacità o solo perché sei… simpatico?
«Credo che questo sia un’altra chiave del mio successo in F1. Al debutto, essere al fianco di Sami non è stato semplice, anche se mi ha insegnato moltissimo. Ma nello stesso tempo sei sempre a pensare che il tuo compagno di squadra è un campione del mondo, uno dei grandi E quello che ho fatto è stato rispettarlo più di qualsiasi altro, imparare da lui ogni gara e cercare di… batterlo! Con Sami è stata una stagione fantastica che credo ricorderò (e ricorderà) tutta la vita, anche quando, il più tardi possibile, attaccherò il casco al chiodo. Magari non sono così simpatico, ma di sicuro abbiamo vinto tanto, ci siamo aiutati tanto, abbiamo imparato l’uno dall’altro, e quello che mi ha insegnato lo avrò dentro per sempre! Sami è una persona che ammiro molto».

-Ma in particolare, cosa gli hai portato via, o cosa avresti voluto portargli via?
«Di sicuro vorrei portagli via è la freddezza che ha dentro di sé. E’ la caratteristica principale che lo ha portato ad essere il campione che è». Ed e' quella freddezza che devo ancor trovare per diventare un “vero” campione. E questo, ovviamente, prescinde dal titolo che ho appena vinto».

- E quando sarai tu la prima guida di un team. A questo punto i tempi potrebbero essere maturi…
«Non è una posizione facile. Qualunque sia il futuro, però, preferisco essere una buona seconda guida e non dover essere per forza il leader di un team con una seconda guida forte, ma che diventa così una spina nel fianco. Nel senso buono del termine, voglio dire, perché credo che anche Sami e Price abbiano sempre tratto vantaggio dal fatto di avere un compagno che non gli permetteva il più picolo errore. La competività, anche tra compagni di squadra, è il sale di ogni successo. Quello che è successo a Sharjah, ovviamente, sarebbe anche da evitare, ma è già acqua passata».

- Il complimento più bello che ti hanno fatto dopo una gara, non necessariamente dopo una vittoria?
«Me l’ha detto Massimo Roggiero, l’anno scorso, dopo che ho vinto la mia prima gara di F1 in Cina, a Linyi: “Hai reso semplice qualcosa che per molti era impossibile!”».
- Mamma Lu, zia Elena (che si cura del sito) e la fidanzata Morgana: sei un mammone?
«Lo ero... Mamma e zia mi aiutano molto nella vita e per lo sport, Morgane è la persona che è al mio fianco e mi aiuta ogni giorno nelle cose più semplici, ma quello che amo di lei è che nelle gare si trasforma, mi capisce e mi aiuta come pochi: è una gran forza per me! E poi, non scordiamocelo, con lei alle gare vado sempre a podio. Stavolta non è accaduto, ma ho vinto il Mondiale: è ancora in… attivo».
- Attorno a te, anche adesso nel Team Qatar, hai uomini con cui (ci pare) hai portato avanti buona parte della carriera: saresti disposto a rinunciare alla loro amicizia per vincere, come Cappellini, dieci titoli?
«Ecco, qui mi fate la domanda più difficile di tutte. Questa è la parte più dura della F1 e credo che il discorso valga per tutti quelli che praticano sport ad alto livello. A volte bisogna rinunciare a qualcuno di importante per avere vicino qualcuno di ''più bravo''. Ed è quello che, purtroppo, ho dovuto già fare, e non vi dico quanto mi sia dispiaciuto. Ma purtroppo è cosi! Se vuoi arrivare, devi rinunciare, sennò vai alle gare con gli amici per divertirti, ma poi non piangere se arrivi ultimo!».

Che adesso tutto stia succedendo sotto il segno del Team Qatar, che ci crediate o no, potrebbe davvero essere un segno del destino. Racconta infatti mamma Lu: «Quando Alex era ancora un ragazzino e gareggiava nella T400, con tutta la famiglia (ovviamente) venne a vedere una gara del Mondiale di F2. E ai paddock osservava quasi rapito le tende di tutti quei team con nomi altisonanti come a qualcosa di un altro mondo. C'era uno stand davanti alla tenda dove distribuivano adesivi... Alex prese quello del Team Qatar, lo portò a casa e lo attaccò sulla libreria, in camera. Quell’adesivo, anzi, quei due adesivi, una del Team Qatar e l’altro della federazione di motonautica del Qatar di cui adesso difende i colori, sono ancora lì. E quante volte, con il passare del tempo, mi chiamava in camera e, guardando proprio quei due adesivi, mi diceva: “Mamma, ci arriverò mai a correre con quelli lì?”. Adesso lo sappiamo: Alex è andato oltre e magari ci sarà qualche altro ragazzino che, dopo una gara, gli chiederà l’autografo. Poi, girandosi felice verso la mamma, chiederà: «Diventerò mai bravo come lui?».


Alex in pillole, tutti i numeri di una carriera cominciata nello Stagno di Roccabianca (Parma)

Alex Carella, Alessio all’anagrafe perché poi, al fonte battesimale, il parroco non avrebbe accettato il nome «straniero», è nato Codogno (Lodi) il 5 giugno 1985, ma vive a Podenzano (Piacenza). A 14 anni ha debuttato ufficialmente in motonautica partecipando ad una gara del campionato italiano della classe T400. In tutta la trafila giovanile e poi in quella delle categorie minori europee e mondiali (F1000 e F2) ha sempre gareggiato supportato dai «marchi» di famiglia, Steeltrade su tutti, mentre nel Mondiale di F1 ha gareggiato e con il Team Mad Croc e con il Team Qatar.

2011 - Campione del mondo di F1 (vittorie a Kazan ed Abu Dhabi)
2010 - Terzo nel Mondiale di F1 (vittoria a Linyi)
2009 - Campione mondiale di F1000
2008 - Secondo nella World Cup di F2
2008 - Campione nella F2 World Cup Match Race
2008 - Terzo nella F2 World Cup Speed Record
2008 - Quinto nella F2 Continental Cup
2007 - Quinto nella F2 World Cup
2007 - Secondo nel campionato italiano di F2
2006 - Secondo nel campionato italiano di F2
2006 - Quattordicesimo nella F2 World Cup
2005 - Terzo nel campionato italiano di F2
2005 - Secondo nel campionato europeo di F1000
2004 - Campione europeo di F1000
2003 - Campione italiano di F1000
2003 - Secondo nel campionato europeo di F1000
2002 - Quarto nel campionato italiano di F1000
2002 - Quinto nel campionato europeo di F1000
2002 - Settimo nel campionato mondiale di F1000
2001 - Quinto nel campionato italiano della T400
2001 - Tredicesimo nell’Europeo della T400
2000 - Secondo nel campionato italiano della T400S
2000 - Quarto nel campionato italiano della T400

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